Ultimo aggiornamento:  27 giugno 2016 9:10

Dal bosco alla bottiglia, il sughero che fa la differenza

Una storia che parte da un viaggio in Portogallo, un ritorno in treno con due sacchi pieni di tappi di sughero e una visione lungimirante a spianare la strada di un futuro promettente in un settore di nicchia.

“Tutto è iniziato nell’immediato dopoguerra, all’inizio degli anni Cinquanta, quando mio nonno Nestore quasi per gioco si recò in Portogallo da dove tornò con due sacchi di tappi di sughero che, una volta in patria, portò al mercato del vino a Modena per provare a venderli. Il bottino andò a ruba presso coloro che erano soliti imbottigliare il vino in casa e quello che voleva essere un semplice esperimento di mercato di mio nonno si rivelò una preziosa intuizione”.

Filippo Marchi è l’attuale titolare del Sugherificio Marchi di Rami di Ravarino, fondato da Nestore Marchi. “Prima di me, mio padre Franco che ha cominciato a lavorare con mio nonno nel 1970 ed è tuttora attivo all’interno dell’azienda a cui ha dato la configurazione attuale, per rispondere ai cambiamenti del mercato intercorsi dagli anni Settanta ad oggi”.

Gli anni Cinquanta: l’intuizione di Nestore Marchi si trasforma in una fiorente realtà commerciale
Nel giro di un paio di anni, reinvestendo i propri guadagni, Nestore Marchi riuscì a trasformare uno scantinato in una piccola azienda commerciale, partecipando ai mercati del vino con tappi di sughero importati dal Portogallo.
“Verso la fine degli anni Cinquanta – prosegue Filippo – mio nonno riuscì ad acquistare un’azienda, l’ex cantina di Rami di Ravarino dove siamo ancora oggi e dove, oltre a commerciare tappi, inizia a produrli con materia prima acquistata in Portogallo”.
Dalla stagionatura passando per la bollitura, fustellatura, lubrificazione fino alla consegna, il Sugherifico Marchi inizia la sua attività collaborando soprattutto con le aziende del Lambrusco della zona. “All’epoca, l’unica chiusura possibile per le bottiglie di Lambrusco era il tappo di sughero naturale, che aveva una forma diversa rispetto a quella attuale, era quasi quadrato. Per i vini frizzanti, infatti, veniva utilizzato il tappo cosiddetto “semiquadro” – spiega Filippo Marchi – Ora si usano tappi cilindrici e in materiale compattato. I materiali più utilizzati sono gli agglomerati di sughero con rondelle che danno la possibilità di avere tappi dello stesso peso che garantiscono una chiusura di uguale intensità”.

Gli anni Settanta: sotto il comando di Franco Marchi inizia un’altra storia di artigianalità 
Con il passare del tempo, il tappo in sughero naturale, artigianale, fatto a mano comincia a diventare troppo costoso e questa azienda di nove dipendenti che non si è mai strutturata per fare tappi industriali, fatica a continuare allo stesso modo. Siamo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando la bottiglia di Lambrusco inizia a chiudersi con il tappo a vite.
“Non aveva più senso tenere una produzione di tappo in sughero naturale per Lambrusco. Cominciavano ad emergere le problematiche che il sughero poteva dare ad un vino così delicato e all’epoca non c’era la possibilità di condurre analisi a livello chimico e sensoriale di contaminazione sul vino  – racconta il titolare – Il sughero garantisce una chiusura difettosa per natura ed ogni tappo ha una permeabilità, un’età, una porosità, un peso diversi. Il modo con cui esso va ad interagire con il vino è sempre diverso e di conseguenza ogni bottiglia è diversa dall’altra. Al tempo stesso, escludendo le contaminazioni gustative (gusto di tappo), la grande forza del tappo è proprio quella di non essere una chiusura ermetica ma una chiusura che permette al vino di respirare lentamente e lentamente migliorare. Essendo il lambrusco un vino frizzante o spumante, la sua chiusura ideale è il tappo a corona o il tappo in sughero agglomerato (sughero macinato e poi ricompattato a stampo) con rondelle in sughero naturale a contatto con il prodotto”.

Con l’avvento degli enologi, le cantine iniziano ad avere la necessità di offrire un vino tappato in una certa maniera, niente a che vedere con il vino che una persona può imbottigliare in casa.
“Mio padre, negli anni Settanta, inizia a rispondere alla necessità del mercato di tappare l’aceto. E il tappo per antonomasia per l’aceto è quello in sughero. Ecco che inizia così un’altra storia di artigianalità della nostra azienda  – prosegue Filippo – Non esiste più una misura unica come succedeva per i tappi da vino ma per ogni bottiglia c’è una misura precisa. Siamo arrivati a coprire le più svariate esigenze delle aziende che in quegli anni cominciano ad investire nelle bottiglie d’aceto, ad •    • operandosi per renderle appetibili in vari modi. Parliamo di tappi in sughero con la testa in legno oppure in plastica, lavorazioni che all’inizio degli anni 2000 ci portano ad avere in magazzino 600 articoli diversi”.

Gli anni Duemila: Filippo Marchi punta tutto sull’altissima qualità della materia prima
Filippo comincia a lavorare in azienda nel 1996, subito dopo aver finito il liceo scientifico. “Nel 2003 divento titolare dell’azienda, al fianco di mio padre che rimane come socio, e mi adopero affinché il sugherificio si occupi della vendita di chiusure in generale. Erano gli anni in cui si stava affermando il mercato del tappo sintetico sull’aceto e così decido di proporlo ai miei clienti di Modena. Oggi siamo diventati un’azienda con una piccola produzione artigianale interna, abbiamo un dipendente e la produzione per il tappo vino avviene a Fidenza ad opera di Sugherificio Artigiano, nostra azienda partner. Per i tappi in materiale sintetico collaboriamo invece con l’azienda Supercap di Pesaro”.
Il Sugherificio Marchi opera per il 50% nella sezione dei tappi speciali – ovvero tutti i tappi non da vino, quindi per aceto e olio, che hanno forme particolari e sono composti e per il restante 50%  produce tappi da vino di altissima qualità. “Circa l’80% della nostra produzione è destinata alla vendita ad altri sugherifici e per il 20% lavoriamo direttamente con le cantine. Ritengo che il futuro del sughero stia nell’altissima qualità – afferma Filippo – La nostra materia prima proviene da boschi della Sardegna e del Portogallo di cui possiamo usufruire per allocazioni storiche sempre rispettate, e parliamo dei boschi più ambiti al mondo. Ad oggi, siamo una delle poche aziende in Italia in grado di lavorare su plance che hanno dai 13 ai 15 anni, quando mediamente le altre aziende lavorano su plance che hanno dai 7 ai 10 anni. Ogni anno il sughero ha un gusto diverso, una resa diversa, una qualità diversa e questo ci consente di fare una cosa che non fa nessuno: proponiamo ai nostri clienti il sughero in base al bosco di provenienza, al cru. In questo modo i produttori si affezionano a un determinato tipo di sughero e possono contare su una certa continuità, perché sanno che quel dato bosco offre determinate caratteristiche del sughero. È proprio questo che vogliamo proporre: una costanza qualitativa, cosa molto rara da trovare nel settore e sogno di ogni produttore di vino”.

I sugherifici in Italia
In Italia sono molti i sugherifici in attività anche se si stanno sempre più frequentemente accorpando in grandi multinazionali. Per quanto riguarda il lavoro dei tappi speciali (per bottiglie con forme particolari, con colli disomogenei come possono essere le bottiglie d’aceto, delle grappe, del nocino, dei profumi) le aziende italiane che se ne occupano si contano sulle dita di una mano. “Siamo rimasti in due o tre – conclude Filippo Marchi –  Per  nostra scelta aziendale, non abbiamo una rete vendita perché essendo sul mercato dal 1950, se qualcuno ha bisogno di un tappo speciale sa che può fare riferimento a noi. Il mercato di Modena, anche se è cambiato tantissimo, ci ha dato la possibilità di portare avanti questa artigianalità che in futuro continueremo a proporre nel tappo sughero per il vino. Per quanto riguarda l’aceto, il mercato sta cambiando molto: la chiusura è diventata una parte estetica della bottiglia e di conseguenza i tappi sintetici, che riescono a essere ricoperti di legno o di alluminio, si prestano molto di più”.

Laura Solieri