Ultimo aggiornamento:  16 gennaio 2017 10:15

Se la pizza nel mondo parla modenese

Napoli? No, Modena. Per una volta ci arroghiamo a capitale della pizza. Perché è all’ombra della Ghirlandina, poco fuori città che sorge un sito produttivo e di distribuzione di primordine di quello che è in assoluto uno dei piatti più amati al mondo. Parliamo ovviamente di un prodotto che vien commercializzato surgelato – sì, d’accordo, è più buona presa e mangiata in pizzeria, chi lo mette in dubbio… – ma che per scelta e soprattutto qualità degli ingredienti, lavorazione e peculiarità olfattive e gustative, lascia un segno indelebile. Un buon punto d’arrivo per la modenese ITALPIZZA nei 25 anni dalla sua nascita, marchio noto nel mondo e con l’export in crescita. Ma anche di partenza verso nuovi traguardi. Tra tutti, l’incremento della produzione, l’ampliamento dello stabilimento e la previsione di nuove assunzioni.
Ma perché qui e non all’ombra del Vesuvio una realtà imprenditoriale simile? È Massimo Sereni, il direttore commerciale di ITALPIZZA a raccontarci un po’ di cose di questa nota realtà imprenditoriale tra presente passato e futuro mentre ci conduce in vista i reparti produttivi. “ITALPIZZA – attacca – ha i natali sulle colline Bolognesi nella zona del Castello di Serravalle (appena al di la del confine con Modena) nel 1991. E nasce da un’idea che può essere benissimo definita geniale, dell’attuale titolare ed Amministratore delegato Cristian Pederzini. Il quale ha creduto che il prodotto simbolo dell’Italia nel mondo assieme alla pasta, avesse un potenziale enorme da sviluppare in particolare all’estero. La sua strategia è stata quella di cercare di replicare su scala industriale il tipico processo produttivo delle pizzerie. Nel dettaglio: la lunga lievitazione del 100% dell’impasto (con una durata di almeno 24h), allargamento manuale dell’impasto (la famosa pallina) e cottura in un vero forno a legna, con legna di quercia e faggio. Dettagli se si vuole, che però hanno  permesso di differenziarsi da subito dalla miriade di produttori industriali che utilizzavano e utilizzano pressature meccaniche e impasti diretti”.
All’inizio ha detto… ma in quanti lavoravano in ITALPIZZA all’apertura?
“Una decina di persone circa, poi la richiesta è aumentata, hanno iniziato a profilarsi nuovi mercati e di conseguenza, la ‘famiglia’ ha, per necessità di cose cominciato ad allargarsi. Oggi l’azienda dà lavoro all’incirca a 500 persone, 470 per la precisione. Ma ci piacerebbe immaginare di crescere ancora”.
Quest’anno ricorre il 25esimo del-l’azienda, un quarto di secolo: quale il momento più importante o significativo di questi anni? Se c’è stato ovviamente…
“Ogni giorno è stato significativo, come lo è pure oggi, e tanti quindi sono stati i momenti importanti. Su tutti con ogni probabilità, sicuramente la decisione di puntare ad un nostro marchio sul mercato Italiano. Una svolta a tutti gli effetti per una azienda che ha sempre lavorato a marchio privato. E questa scelta ci sta ripagando ampiamente, oltre che essere motivo di soddisfa-zione”.
Recentemente, poco meno di un paio d’anni fa ITALPIZZA è tornata in mani italiane. Cosa ha significato quest’operazione? Ha inciso sulla crescita o ha combaciato con un periodo di assestamento? 
“Il made in Italy, nel food in particolare, rappresenta un valore aggiunto che ancora permette di fare la differenza. La decisione di tornare in mani Italiane ha comunque permesso di riaffermare con più forza quello che comunque facevamo anche prima, non avendo mai smesso di operare, nonostante la proprietà fosse straniera, in modo indipendente e ‘Italiano’. Erano solo i numeri a legarci”.
Quali sono oggi i vostri mercati di riferimento? 
“Attualmente ITALPIZZA esporta i suoi prodotti in quasi 50 paesi nel mondo. Un tipo di distribuzione che potrebbe definirsi capillare. Le uniche barriere che attualmente ci frenano sono i mercati dei Paesi in via di sviluppo. Ma non tanto per le vie di comunicazione, quanto per meri problemi legati alla conservazione del prodotto surgelato (a causa di una catena del freddo che non riesce ad essere tale per un’infinità di motivi)”.
Il cliente straniero apprezza il genere di qualità italiana che proponete? Con gli anni è arrivato a formulare richieste particolari? E il mercato nazionale di fronte alla gamma dei vostri prodotti come reagisce?
“Il cliente straniero che acquista il prodotto ITALPIZZA ha già in progetto di creare un esercizio commerciale con una linea di generi alimentari di alto di gamma, uscendo dal concetto di pizza surgelata ‘commodity’. Ovviamente ogni mercato ha caratteristiche di gusto e scelta differenti per cui partendo dalla nostra produzione di base, dove comunque la qualità è elevata e la ricerca dei migliori ingredienti è comunque un punto fermo, possiamo poi effettuare variazioni sulle farciture e non solo, a seconda dei Paesi di esportazione. Per quanto riguarda l’Italia, il mercato ci riconosce già come l’alto di gamma della pizza surgelata per cui ci posiziona tra i prodotti top delle singole catene dei marchi della GDO”.
Dulcis in fundo quello che suscita al solito maggiori curiosità e appetiti; i numeri. Andamento e fatturato: stabile o in crescita? Incide di più il mercato italiano, quello estero o si equivalgono?
“Il fatturato di ITALPIZZA per il 2016 e’ in crescita del 14% rispetto all’anno precedente già caratterizzato da buone performance incrementali: 88 milioni i ricavi nel 2015 suddivisi tra estero 65% e Italia il rimanente 35%. Sia il mercato nazionale che le esportazioni sono attualmente foriere di incrementi di percentuali positivi oltre che ovviamente di buone soddisfazioni. Ragioni che ci fanno pensare di chiudere l’anno in corso con un fatturato vicino ai 100mil euro e un forecast per il 2017 di un altro 8/10% di aumento”.
Buone notizie che di questi tempi fanno sempre piacere…
“Non lo metto in dubbio. Aggiungo solo che stiamo facendo le apposite valutazioni per un’espansione dello stabilimento con l’inserimento di nuove linee produttive. Scelte che una volta portate a termine, lasciano prevedere o meglio apriranno la strada anche a nuove assunzioni di personale”.

Filippo Pederzini