Ultimo aggiornamento:  29 luglio 2016 12:11

Viaggio senza tempo tra VIETNAM e LAOS

“Invece di contare, impara a sentire il tempo” mi aveva suggerito un professore di fotografia durante un corso di camera oscura

Avvolta nel buio, mi piaceva l’idea di eliminare la parte aritmetica in nome della sensazione, così dopo diversi tentativi sono riuscita ad accostare ritornelli di canzoni ai tempi di sviluppo. Non che sia mai riuscita a controllarlo, il tempo, ma questo era un tentativo nell’educazione a non subirlo. In viaggio no, in viaggio il tempo ha una grammatica la cui unica regola è l’eccezione: le carte si mescolano, i giorni si perdono, le lingue si confondono.
Durante un’esperienza lavorativa in Vietnam, con un’amica decidemmo di condividere un viaggio in sella ad una vecchia motocicletta in direzione Laos: paese che nelle nostre coscienze a malapena aveva una forma, quasi un albero piegato dal vento il suo profilo sulla mappa.
La partenza da Hanoi – quel groviglio di strade strette e trafficate – è sulle note del rumore instancabile dei clacson dei motorini. Sono loro i protagonisti delle strade che sembra impossibile attraversare a piedi, finché non si impara la danza, ci si arma di coraggio e ci si affida all’abilità dei Vietnamiti nello schivare i pedoni. La città vecchia di Hanoi è costruita intorno al lago Hoan Kiem, da dove si snoda un dedalo di viuzze ognuna dedicata ad un mestiere: via della seta, delle lacche, delle candele rosse, delle urne funerarie e così via.
Noi aggiungiamo alla colonna sonora dei motorini la base ritmica del nostro motore a due tempi: la voce della “Minsk”, il bolide di origine russa che ci accompagnerà lungo il percorso insieme ad una curiosità intensa, in altri momenti sedata nelle briglie del quotidiano. Lasciamo il Vietnam: le falesie mozzafiato di Halong Bay e di Tam Coc, le montagne di Sapa con le minoranze etniche Hmong e il delta del Fiume Rosso a nord, il delta del Mekong a sud e l’intera fascia costiera costellata di verdi risaie in cui lavorano le donne con il caratteristico cappello conico. Valichiamo il confine via terra – un piccolo pezzo di terra che arbitrariamente separa ed unisce usi, costumi e lingue differenti – e il rumore viene sostituito da un silenzio pieno di grazia e spensieratezza. Il Laos sembra essere protetto da un incantesimo: “I vietnamiti coltivano il riso, i cambogiani guardano i vietnamiti coltivare il riso, i laotiani lo ascoltano crescere” sintetizza un proverbio che fotografa il Sud Est Asiatico. In questo paese impariamo a non contare i km, i traguardi, le ore, i giorni. Entriamo in punta di piedi, rigorosamente a motore spento, e il ticchettio del tempo non grida più nelle orecchie di Capitan Uncino. Viaggiando lo si impara ad amare, il tempo, perché diventa un’entità che passando non si consuma ma si guadagna.
Seguendo un percorso inventato nella natura che sembra a tratti inesplorata, arriviamo in un paesino tra le montagne che assomiglierebbe ad un presepe se non ci fosse un matrimonio in corso e tutti  gli abitanti ebbri di cin cin al sapore di grappa di riso locale. Ci invitano ad unirci e anche noi siamo travolte da brindisi, sorrisi e canzoni. Il banchetto è a base di làap, il piatto tipico locale, che a parte la menta presente in massiccia quantità non lascia indovinare quale sia l’ingrediente sostanziale del piatto. Si danza, si canta, la comunicazione verbale però è ardua: quale può essere il codice comune se fino ad ora, oltre alle semplici frasi di convenienza, abbiamo imparato solo i numeri per sopravvivere nell’arte del contratto all’interno dei mercati? Ma certo: i numeri! Il gioco diventa una perfetta merce di scambio con i bambini “Uno, nong, due, sòung, tre, sàam, quattro, sii, cinque, hàa…”, loro contano in italiano e noi in laotiano. Mentre circondano il fuoco acceso per riscaldare la sera, i corpi prendono le sembianze di silhouette, piccole ombre nella notte, che gridano parole il cui suono solletica le loro risa. Stiamo trattenendo l’attenzione di una ventina di bambini che cantano numeri saltellando per tutto il villaggio. Ridono: “uno, due, tre…” esibendo pronunce perfette mentre gli adulti li guardano ebbri ed ammirati. Entrare nel cuore dei bambini assicura una porta d’accesso privilegiata negli animi degli adulti.
Nel paradiso dove la spontaneità regna sovrana e il calcolo è tabù è proprio la matematica a venirci incontro. E io che, viaggiando, credevo di aver perso il conto…

 

Chi è Cristina Panicali
Nasce a Carpi nel 1981. Si laurea nel 2005 in Scienze della Comunicazione e poi frequenta l’Istituto di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI) a Roma. Lavora sia nel campo fotografico, dal commerciale al reportage, che nel campo sociale collaborando con diverse associazioni in Italia e all’estero. In questi anni come fotografa ha vinto diversi premi presigiosi.
I reportage, che realizza attraverso fotografie e testi ambientati in Africa, Asia e Balcani, sono stati pubblicati su testate quali East, Carta, Left, Panorama, Internazionale e Jeune Afrique.
Da qualche anno collabora sia come fotografa che come giornalista per Modena Industria.