Ultimo aggiornamento:  7 novembre 2016 8:25

Volevo fare l’avvocato

“Volevo fare l’avvocato“. Con questo incipit il cinquantaduenne presidente del Gruppo IMA e di Unindustria Bologna Alberto Vacchi ha esordito davanti alla platea degli industriali modenesi, intervistato dal presidente dei Giovani Imprenditori Marco Arletti e dai suoi tre vicepresidenti.
La storia professionale dell’ industriale di seconda generazione è divenuta invece meno comoda nel corso degli anni Novanta, quando i fondatori di IMA, nata nel 1961, decidono che è venuto il momento di passare la mano. Sono entrato in azienda – spiega Vacchi – su pressione della famiglia, che era entrata a suo tempo nella compagine sociale come socio finanziatore e che aveva deciso che era arrivato il momento di guidare direttamente lo sviluppo aziendale. In quel periodo vengono inserite come socie le banche nella prospettiva di una quotazione in Borsa.
Alberto entra in IMA per sviluppare l’area del tè come assistente alla direzione dell’area, di cui diventa poi responsabile. Nel 1995, dopo 10 anni che non si quotavano industrie a Milano, IMA viene quotata a Milano.
Ma proprio In quell’epoca avviene la rivalutazione della lira sul marco con tutte le sue conseguenze sui margini aziendali . Si assiste alla rottura tra il padre e gli investitori sullo sviluppo aziendale. Alberto Vacchi, trentaduenne, viene nominato amministratore delegato.
La prima Semestrale dopo l’ ingresso in Borsa è negativa. Dopo un primo contrasto con il padre, Vacchi fa pulizia della prima linea dirigenziale. Allora la Società, produttrice di macchine automatiche per i settori farmaceutici, alimentare (soprattutto per il pasckaging del tè e del caffè) fatturava l’equivalente di 140 milioni di euro. Vent’anni dopo ha chiuso il bilancio 2015 con 1.109 milioni e 5.000 dipendenti e collaboratori nel mondo.
Un altro passaggio decisivo in questa storia aziendale di grande successo accade dopo l’arrivo della Grande crisi del 2008. Racconta il presidente di IMA “Nel 2008/9 a seguito del calo dell’automotive molti nostri subfornitori si trovano scarichi. Avevamo appena avviato un decentramento produttivo tra Cina e India”. Dopo un confronto con i manager Vacchi accetta di fare una revisione della strategia aziendale. Parte un Progetto pilota “Allora i subfornitori cubavano 17 milioni. Proponemmo di entrare come soci con una quota tra il 10 e il 30% del loro capitale”.
Con questa rottura degli schemi classici i fornitori si sono impegnati a lungo termine con il committente IMA, rivedendo anche i prezzi e scoprendo che c’erano spazi di ribassi anche del 30%. “Da 9 fornitori sparsi si è arrivati ad una catena, abbiamo abbassato il costo del prodotto di 15 punti e abbiamo fatto il reshoring sull’area bolognese” sintetizza sempre compassato Vacchi.
La crescita del Gruppo è avvenuta anche e soprattutto per acquisizioni e – sottolinea il Presidente – “La Borsa ti impone un percorso di trasparenza e di crescita”. Risultato finale: il fatturato del 2016 sarà sui 1.300 milioni.
Dopo una convinta illustrazione del valore del modello emiliano di relazioni industriali e di etica di impresa, finalmente arriva la domandina sulla mancata elezione di Vacchi a presidente nazionale di Confindustria in alternativa a Boccia. E qui, con il suo tono vellutato, il nostro si leva qualche sassolino dalle scarpe “In Confindustria bisogna dare l’idea che si punti al cambiamento, altrimenti sarà assimilata alla politica. Se diventiamo un surrogato della politica, perdiamo totalmente il nostro significato”.

Giorgio Pagliani