Ultimo aggiornamento:  9 Aprile 2025 2:28

Vinitaly 2025: è la preoccupazione dei dazi americani a finire nel bicchiere

Molto sentita tra i produttori modenesi presenti a Verona – una ventina quest’anno – per i quali l’export verso gli USA rappresenta una quota di mercato importante. Nuovo allestimento per il padiglione dell’Emilia Romagna. Fiera comunque positiva per contatti ed incontri.  

È un’atmosfera quasi ovattata quella che ha caratterizzato la 57esima edizione del Vinitaly. Contatti ed incontri ci sono stati, anche numerosi. I produttori modenesi presenti – poco più di una ventina – hanno tracciato un bilancio tutto sommato positivo sulla quattro giorni veronese. Il lambrusco è stato ricercato e apprezzato, da italiani e stranieri come il nuovo allestimento (dopo quello più ‘povero’ dello scorso anno) del padiglione che ospita l’Emilia Romagna. Meno visitatori rispetto al passato, del settore però e concreti. Buono anche il debutto dei ‘Custodi del Lambrusco’. Un quadro quasi perfetto, se non fosse stato per l’ombra pesante dei dazi statunitensi che hanno gravato sulla fiera internazionale del vino per tutta la sua durata.

Era chiaro fin dall’apertura che ‘i dazi sarebbero finiti nel bicchiere’. Molta infatti la preoccupazione a riguardo, manifestata a più riprese nel corso della kermesse. Anche perché, una bella fetta dell’export delle nostre rosse bollicine va negli USA. E l’attenzione all’evolversi della situazione è stata quasi maniacale. Poteva essere altrimenti? No. Dato che un aggravio dei costi di importazione su di un mercato come quello americano potrebbe avere per tanti piccoli e medi produttori di Grasparossa, Sorbara ed altre tipologie di Lambrusco, risvolti decisamente critici. “Siamo in attesa della piega che prenderanno, cercando di non allarmarci troppo – è stato rimarcato a più riprese dai presenti – Certo è che tutto quello che è possibile fare si in ambito ministeriale e governativo oltre che internazionale ed europeo va fatto, al fine di scongiurare quello che si profila come un disastro per tanti di noi, dati gli USA come il mercato più redditizio. Ci sforziamo di vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, considerata la presenza in fiera di tanti buyer americani (oltre tremila), molti dei quali anche già clienti che non hanno mancato di farci visita. Vedremo… Anche se ansia e apprensione al momento restano.”

Tornando alla fiera – sempre sulle parole dei produttori – siamo lontani dai grandi numeri di visitatori delle scorse edizioni, quando “Non si girava”. Non è però un aspetto negativo del tutto, anzi “Meglio gli operatori del settore”. Pare poi si siano visti meno stranieri rispetto agli anni passati, ma è un elemento che incide fino ad un certo punto dato che ormai molto del lavoro viene fatto a monte con le visite direttamente in cantina e soprattutto col traino della qualità. Un punto fondamentale, utile a fare passare anche il concetto di territorio e della cultura millenaria che c’è nel Lambrusco: non arginabile ed esauribile solamente in una bottiglia di vino, ma che affonda le proprie radici in un lavoro costante e continuo che parte dalla campagna e si sviluppa in cantina. Un tipo di operatività che porta ed è determinata a far conoscere, il ‘nostro’ vino anche ad altre latitudini (oltre a quella americana, europea e dell’estremo oriente, dove la presenza è consolidata ed in evoluzione) e che ora guarda anche ad Asia, sud est Asia e Africa. Pure all’Italia che lo sta attenzionando con occhi nuovi e diversi dal passato: quelli del ‘low wine’. Una punta d’amaro in finale sui consumi: decisamente in flessione nei primi tre mesi dell’anno per tutti i vini, Lambrusco compreso. Si uscirà meno, ma a ristorante come nei momenti conviviali il consumo è calato drasticamente. “Le campagne mediatiche a cui abbiamo assistito contro il vino non hanno giovato per nulla” ha confermato più d’uno. “In questo modo si penalizzano i produttori, quando invece andrebbero sostenuti. L’auspicio è che si possa cambiare rotta.”

 

fp