Orsini, Confindustria: “Ceramica: molte aziende nel 2030 non produrranno più in Italia”
L’industria europea è sotto attacco. L’ho ribadito oggi (ieri) alla presentazione del Rapporto di Previsione del Centro Studi Confindustria.
I numeri parlano da soli. L’anno scorso l’export cinese verso l’Europa è cresciuto del 32%. Il risultato è un milione di posti di lavoro in meno nel nostro continente, 200.000 diretti e 800.000 indiretti.
Questo si chiama deindustrializzazione.
E mentre la Cina ci inonda di prodotti, noi cosa facciamo? Ci imponiamo tasse insostenibili sull’energia.
Prendiamo l’ETS. È nato con uno scopo nobile: decarbonizzare. Il problema è che i crediti nel 2019 costavano 6 euro a tonnellata, oggi costano 86. Abbiamo fatto entrare la speculazione in un meccanismo che doveva servire a tutt’altro.
Il risultato è che le imprese italiane versano 2,7 miliardi di ETS ogni anno e ne ricevono indietro appena 600 milioni. I conti non tornano. E intanto le aziende se ne vanno.
Penso al mio territorio, quello della ceramica: cinque comuni, 40.000 persone coinvolte tra occupazione diretta e indiretta. Eppure, molte aziende hanno già dichiarato che nel 2030 non produrranno più nemmeno un metro quadrato in Italia.
Stanno investendo altrove, negli Stati Uniti e in Brasile, dove il gas costa 13-14 euro contro i nostri 60. Producono lì, spesso con standard ambientali più bassi, e poi esportano di nuovo qui. Sulle scatole non c’è più scritto “Made in Italy”, ma “Made in USA” e noi neanche ce ne accorgiamo.
Abbiamo decarbonizzato? No. Abbiamo solo delocalizzato le emissioni.
E se questa è la direzione dell’Europa, noi non ci stiamo.
Serve una linea chiara. Serve proteggere quelle industrie che hanno già fatto il massimo e che oggi non possono fare a meno del gas, perché alternative tecnologiche concrete ancora non esistono.
Bisogna farsi trovare pronti. E bisogna farlo adesso.





